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Il “caso Selby” e non solo: perché la boxe è così soggettiva?

Lo scorso scoppiettante fine settimana ci offre lo spunto per interrogarci su un tema che da sempre monopolizza i dibattiti sul pugilato professionistico, generando feroci discussioni dopo i match equilibrati: quello sui verdetti. La “pietra dello scandalo” in questo caso è data dal match londinese tra Lee Selby e George Kambosos Jnr: i giudici hanno premiato l’australiano per split decision, sconfessando la telecronaca di DAZN e generando le tumultuose proteste degli appassionati italiani sui social. Eppure all’estero, persino nel Regno Unito, le reazioni sono state ben diverse. Come si spiega un tale margine di soggettività? Proviamo a far luce col nostro approfondimento di oggi.

Il “caso Selby”: un esempio perfetto di verdetto che divide

Facciamo una doverosa premessa: il match tra Selby e Kambosos è stato, per dirla in maniera gergale, un “ciapa no”: i colpi puliti ed efficaci messi a segno da parte di entrambi i pugili nell’arco dell’intero combattimento si possono contare sulle dita di una mano e in un contesto del genere inevitabilmente sono state tante le riprese in bilico, attribuibili senza particolari scandali all’uno o all’altro. Ecco entrare dunque in gioco il punto di vista soggettivo di chi stila il cartellino. Chi conferisce maggior peso alla difesa, all’eleganza delle movenze, al controllo della distanza, ha visto prevalere Selby, come nel caso di Niccolò Pavesi e Alessandro Duran, seguiti a ruota da molti telespettatori. Chi invece tende a premiare l’aggressività, la ricerca dello scambio e la maggiore concretezza dei pochi colpi a bersaglio ha valutato con occhio più benevolo la performance di Kambosos: è il caso della nostra redazione e di diverse testate internazionali che hanno parlato di “vittoria meritata”. Chi ha ragione dunque? Tutti e nessuno a quanto pare, poiché il regolamento non fornisce risposte esaurienti.

Cosa dice il regolamento?

Ciò che qualunque appassionato dotato di onestà intellettuale si domanda prima di iniziare a compilare i suoi cartellini personali è cosa dica il regolamento ufficiale sull’attribuzione delle riprese. Purtroppo però la consultazione dei manuali non soddisfa affatto chi vorrebbe norme chiare, automatiche e incontestabili. Il criterio fondamentale infatti, com’era lecito attendersi, è quello di premiare i colpi puliti ed efficaci messi a segno, ma già si presenta un primo dilemma: le norme infatti non forniscono indicazioni su come quantificarli. Un colpo al corpo vale più o meno di un colpo al volto? Quanti jab puliti occorre mettere a segno per “pareggiare” l’effetto di un gancio caricato? Questi e altri quesiti restano senza risposta. In addizione al criterio fondamentale ne vengono proposti altri: aggressività efficace, difesa, gestione del ring. Ma questi parametri supplementari, oltre ad essere spesso in contrasto l’uno con l’altro (chi è meno aggressivo tende a difendersi meglio) non aggiungono granché a quello principale: l’aggressività è efficace quando ti aiuta a mettere colpi, la difesa serve a non farteli prendere, la gestione del ring è tanto migliore quanto più ti conduce a colpire senza essere colpito, quindi torniamo al punto di partenza.

Boxe dal vivo o boxe in TV? Il giudizio può cambiare!

Un ulteriore aspetto da tenere in considerazione è legato al punto di osservazione di chi giudica, particolare che troppo spesso viene sottovalutato. Mentre i giudici ufficiali sono infatti seduti a bordo ring, a pochi metri dall’azione, gli appassionati il più delle volte assistono alle sfide internazionali attraverso il filtro della propria TV. Il telespettatore dispone indubbiamente di alcuni vantaggi: la regia gli propone sempre l’angolazione migliore e i replay gli permettono di rivedere i momenti cruciali al termine di ogni ripresa. D’altro canto però chi è presente in loco può far caso ad alcuni particolari che sono preclusi a chi si trova comodamente seduto sul proprio divano, dal rumore dei colpi all’espressione del volto di un pugile in una fase di sofferenza. Non è un caso che chi è abituato ad assistere alle riunioni pugilistiche dal vivo, nel rivedere gli stessi match registrati una volta tornato a casa, abbia percezioni talvolta molto diverse da quelle vissute in tempo reale. D’altronde la posizione stessa in cui sono disposti i giudici può avere il suo peso: un medesimo fendente potrebbe essere visto alla perfezione da un membro della terna e ignorato da un altro, coperto dall’arbitro o dalla schiena di uno degli atleti.

Una proposta operativa: tornare al passato

Cosa fare dunque per rendere i giudizi più uniformi e limitare i casi in cui i cartellini di uno stesso match divergono in maniera abnorme? Puntare su regole più stringenti, oggettive e automatiche per l’assegnazione delle riprese non sembra essere una buona idea a giudicare dal disastro che un simile approccio ha determinato nel pugilato dilettantistico: l’introduzione delle tristemente celebri macchinette segnapunti, il cui scopo era proprio quello di limitare i margini di soggettività dei giudizi, ha infatti letteralmente snaturato il nostro sport rendendolo più simile alla scherma senza diminuire affatto il numero di scandali e controversie. Una proposta alternativa potrebbe essere quella di tornare al passato e reintrodurre le riprese pari che oggi vengono fortemente sconsigliate in sede di formazione dei giudici e rappresentano di conseguenza una rarità. Essere “costretti” a scegliere un vincitore al termine di ogni ripresa comporta, nel caso di match equilibrati, enormi differenze di valutazione poiché ciascuno tenderà ad assegnare i round in bilico al pugile di cui preferisce lo stile. Decretare invece la parità nelle riprese sul filo di lana assegnando il “10 a 9” esclusivamente in quelle vinte in maniera chiara e limpida come si faceva una volta potrebbe rendere i verdetti più uniformi e più comprensibili al pubblico.

Questa e altre iniziative potrebbero avere un impatto positivo, ma è bene sottolineare che la componente soggettiva non potrà mai essere sradicata del tutto dal nostro sport e che sarebbe dunque opportuno fare tutti un bagno di umiltà e ricordare che il nostro “personalissimo cartellino”, come lo definiva il grande Rino Tommasi, non rappresenta necessariamente l’unica verità indiscutibile.

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