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Il caos delle sigle del pugilato: dai titoli principali a quelli più bizzarri e paradossali!

Gli appassionati di pugilato di lungo corso si sono ormai assuefatti all’incredibile complessità della macchina burocratica che regola e dirige la Nobile Arte. Sigle e federazioni che spuntano come funghi, titoli e titoletti dai nomi sempre più fantasiosi, regole in continua evoluzione, spesso infrante persino da chi le ha scritte: un caos generalizzato a cui purtroppo contribuiscono anche gli addetti ai lavori, quando per proprio tornaconto ingannano gli appassionati meno esperti sul valore di un match, di un titolo o di una classifica. Non è raro dunque sentire domande come: “Perché non c’è un unico campione del mondo per categoria?”, “Quanto vale un ‘mondiale’ IBO?”, “Cosa sono le cinture ‘Interim’, ‘Silver’ e ‘Franchise’ che spesso sentiamo nominare?” Proviamo a rispondere a questi e altri interrogativi con questa guida sintetica, sperando di fare un po’ di chiarezza a beneficio dei neofiti.

La scissione dei titoli mondiali: una peculiarità della boxe

Una delle differenze organizzative più marcate tra la boxe professionistica e la stragrande maggioranza degli altri sport individuali è la presenza contemporanea di più campioni del mondo, ciascuno proclamato tale da una specifica federazione. Il motivo di questa peculiarità è presto detto: mentre negli altri sport è relativamente semplice mettere in piedi tornei di selezione per incoronare un campione indiscusso, nella boxe pro, data la necessità di garantire un congruo recupero fisico tra una competizione e l’altra, questo non è possibile e per stabilire chi merita la “grande chance” occorre far ricorso a classifiche soggettive. Fino agli anni ’60 queste classifiche venivano compilate da giornalisti di grande autorevolezza ed erano universalmente accettate con poche eccezioni; nondimeno manager e promoter senza scrupoli erano liberi di fare il bello e il cattivo tempo e per un pugile ricevere la sospirata opportunità mondiale dipendeva troppo spesso dai “santi in paradiso” piuttosto che dai meriti sul campo. Si pensi al caso di Ezzard Charles, messo in attesa talmente a lungo tra i mediomassimi da cambiare categoria di peso, o a quello di Jake LaMotta, costretto a truccare il match con Billy Fox nella speranza di ottenere in cambio la sua chance.

Le quattro sorelle (WBA, WBC, IBF e WBO)

Benché la WBC sia generalmente considerata la più prestigiosa tra le sigle mondiali, quella più antica in assoluto è la WBA, fondata col nome di NBA (National Boxing Association) nel lontano 1921 per volontà di tredici stati americani desiderosi di contrastare il potere crescente della Commissione Atletica dello Stato di New York. Già allora capitava dunque che sorgessero dispute sull’identità del “vero campione” di una data categoria di peso. Nel 1962 la NBA cambiò nome in WBA e un anno dopo la nascita della WBC diede vita a un duopolio che si mantenne tale per una ventina d’anni. Soltanto nel 1983 alle due sorelle padrone del mercato si affiancò la IBF, che essendo l’unica delle quattro ad avere sede negli Stati Uniti e dovendo sottostare a leggi più stringenti, è considerata la più seria nel far rispettare le sue regole. Più recente è la storia della WBO, fondata nel 1988 dal portoricano Luis Batista Salas, che era inizialmente la “cenerentola” delle sigle: i pugili di talento che ne conquistavano la cintura la lasciavano vacante in breve tempo per puntare a titoli più prestigiosi. Col passare degli anni però la WBO è riuscita ad acquisire pari dignità rispetto alle altre tre federazioni e oggi tutte e quattro sono riconosciute dalla International Boxing Hall of Fame.

IBO: una sigla che vive di luce riflessa

In Italia si è fatto un gran parlare di recente di una quinta sigla che fino a poco tempo fa non era riconosciuta dalla FPI, ovvero la International Boxing Organization. Facciamo una doverosa premessa: nei Paesi di grande tradizione pugilistica questo dibattito non esiste affatto. I principali siti internazionali di notizie come ringtv.com o boxingscene.com il più delle volte dedicano alle sfide valide per il solo titolo IBO poco più di un trafiletto, omettendo volutamente la parola “World” per non indurre in confusione i loro lettori. Uno degli argomenti più gettonati tra coloro che sostengono l’importanza di questo titolo è che esso sia oggi in possesso di atleti di grande fama come Anthony Joshua, Erislandy Lara e Gennadiy Golovkin, ma questa tesi, se approfondita, appare un po’ zoppicante. Nessuno dei campioni citati ha infatti puntato direttamente alla conquista della cintura IBO considerandola un punto d’arrivo: è la federazione stessa semmai a “piazzare” il proprio titolo in quei grandi eventi, già decorati da altre sigle, che possano farla brillare “di luce riflessa”. L’effettiva importanza di questa cintura (che nella data di stesura di questo articolo è vacante in ben 6 categorie su 17) è quindi strettamente correlata al valore dell’avversario che si sconfigge per ottenerla, ma non è paragonabile a quella delle quattro sigle fondamentali.

Il titolo “Interim”: un’idea sensata trasformata in assurdità

Capita spesso che un’iniziativa di una delle federazioni mondiali venga portata avanti in un primo momento con motivazioni assolutamente ragionevoli, salvo poi scadere nell’assurdo. È il caso del cosiddetto titolo “Interim”, che inizialmente veniva assegnato quando un campione del mondo era impossibilitato a difendere la sua cintura nei tempi stabiliti dalle norme per cause di forza maggiore come malattia o infortunio. In questi casi appare sensato nominare un campione pro-tempore in attesa che il detentore torni in condizione di battersi, per poi metterli l’uno contro l’altro. Purtroppo in breve tempo i titoli “Interim” sono fioccati da ogni parte senza che vi fosse alcun impedimento a tener fuori il vero campione, col solo scopo di dare un contentino ai pugili coinvolti e di pubblicizzare in pompa magna eventi che di “mondiale” hanno soltanto il nome.

Dal “Super campione” al “Franchise champion”

Altro caso di regola rapidamente infranta dai suoi stessi ideatori è quello del “Super campione” della WBA. La federazione con sede a Panama si è inventata questo riconoscimento dal nome roboante affermando che sarebbe stato assegnato ai pugili capaci di riunificare più cinture mondiali, in modo da svincolarli dall’obbligo delle difese ufficiali che si sarebbero sovrapposte a quelle delle altre sigle. Purtroppo non è andata così e oggi abbiamo svariati “super campioni” che non hanno riunificato un bel niente. Nelle categorie in cui esiste un super campione quindi, i campioni “semplici”, denominati “regular”, sono detentori di serie B: come può un atleta fregiarsi dell’appellativo di campione del mondo, se persino la federazione che lo ha nominato tale non lo pone al primo posto della sua graduatoria? Dato che le cattive idee trovano spesso proseliti, recentemente la geniale trovata della WBA è stata “copiata” da Mauricio Sulaiman per la WBC, con la creazione su basi analoghe del titolo “Franchise”.

Titolo Silver: se ne sentiva il bisogno?

Ad aggiungere carne al fuoco ci ha pensato una decina di anni fa la WBC, con l’ideazione del titolo “Silver”. Benché inizialmente l’ente con sede a Città del Messico lo avesse presentato come un semplice rimpiazzo del titolo Interim, in realtà i due riconoscimenti hanno iniziato ben presto a coesistere sullo scenario internazionale. Il campione Silver può essere considerato una sorta di sfidante ufficiale, benché i tempi con cui gli venga concessa l’opportunità di battersi per il mondiale siano piuttosto variabili e apparentemente decisi con totale discrezionalità dalla federazione. Capolavoro dei capolavori è poi il titolo “Silver ad interim”, assegnato rarissimamente e per motivi misteriosi, il cui valore è sostanzialmente nullo.

Trascuriamo in questa sede titoli ancor più bizzarri e paradossali come il WBA Gold o il WBC Diamond e non ci addentriamo in un’analisi sui riconoscimenti di natura nazionale, regionale o continentale per non appesantire troppo la trattazione: per descrivere e analizzare tutte le cinture con cui il nostro sport si trova a convincere ci vorrebbe un apposito manuale e non un semplice articolo di approfondimento. Speriamo ad ogni modo di aver sgombrato il campo dagli equivoci più comuni in cui si imbatte chi inizia a seguire la boxe internazionale.

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