Pugile e Maestro

Un pugile è umano prima di tutto

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Christy Martin è un’icona della boxe femminile. Sposò il suo allenatore molto giovane e per anni rimase ostaggio di quella relazione per un segreto che nessuno poteva sapere. Christy fidandosi di lui, gli aveva confessato prima di iniziare la loro storia, non solo di essere attratta dalle donne, ma di averne amata una con tutto l’amore che il suo cuore poteva darle. “Il mondo del pugilato non è pronto ad affrontare un pugile gay. Perderai tutto quello che hai. La fama e i soldi. E se solo pensi di lasciarmi, diro’ a tutti il tuo segreto”. Eppure giunta all’apice del suo successo, capi’ che l’amore quello vero non nega e non imprigiona. Così oltre ad allontanare il marito, cercò quella ragazza che aveva frequentato molti anni prima solo per dirle che era pronta ad accettarne le conseguenze nel riconoscere davanti a tutto il mondo che lei amava ancora e inesorabilmente lei. Uno scossone al mondo della boxe dove gli spalti dei più famosi stadi tremarono, ma nessuno le voltò le spalle, per il semplice fatto che era davvero brava a combattere e che ci voleva coraggio per una scelta simile, coraggio che nessuno poteva o voleva ignorare. Compreso il marito, che le sparò senza riuscire però ad ucciderla. Messaggio più bello per lo sport non poteva esserci. Al di là di cosa il femminicidio possa rappresentare, soprattutto nella società odierna, il liberarsi da una prigionia psicologica più forte di cento catene è stata una grande vittoria: essere se stessi in tutto quello che si fa. Non rende migliori o peggiori ma solo veri. E quanta verità lei portò nel mondo della boxe.

Lo sport dovrebbe essere il simbolo per eccellenza dell’integrazione sociale e del rispetto delle diversità e il pugilato non fa di certo storia a sé, fungendo questo da specchio della società e mostrando quindi atteggiamenti omofobi. Per fortuna non da parte di tutti gli spettatori. Purtroppo la boxe a volte arriva solo dopo il suo stereotipo di machismo. Se pensiamo a Mike Tyson, il pugile per eccellenza, ci viene subito alla mente l’immagine di un uomo prepotentemente maschio in tutta la sua virilità. Ma quel suo essere violento in tutto quello che faceva, non sono così sicura abbia fatto del bene all’immagine dello sport che si andava ad osannare. Come se chiunque si mostrasse meno ‘uomo’ di Tyson, non meritasse di esser definito tale. Ce lo ricordiamo tutti, durante una conferenza stampa nel 2002, aggredire verbalmente un giornalista che lo aveva offeso. Si rivolse a lui dandogli del ‘frocio’ a testimonianza per l’appunto di come secondo lui bisognava definire chi non si avvicinava a quel modo di fare. Sia chiaro che io ho amato immensamente Tyson, e tutt’oggi non ho trovato un solo pugile capace di farmi sentire quell’adrenalina che lui mi buttava nel sangue come fosse benzina sul fuoco, ma è proprio questo che sto cercando di dire: si è dei bravi pugili a prescindere da chi si è.
Nelle mie rubriche tendo spesso ad associare la morale alla boxe e credo davvero che le due cose siano inscindibili li dove c’è di mezzo il cuore e quindi la passione, ma c’è sempre qualcuno che cerca di spostare l’attenzione su cosa la boxe e quindi i pugili non dovrebbero essere. In poche parole, anziché progredire nella civiltà andiamo indietro, continuando ad inseguire preconcetti e falsi miti. Qui viene messa in discussione la natura dell’essere uomo (o donna che decide di combattere) dimenticandosi troppo spesso che prima della nostra qualifica di genere sessuale, siamo semplicemente delle persone. E se quelle persone sanno battersi in modo degno non meriterebbero di doversi nascondere per la loro vita privata.
Non possiamo dimenticare Holyfield nel corso del programma tv “Celebrity Big Brother” quando esordì con la frase:”se tu nasci con un difetto a una gamba, vai dal medico e ti curi. E l’omosessualità è la stessa cosa. La Bibbia mostra cosa è giusto e cosa è sbagliato”. O Manny Pacquiao, durante la sua campagna elettorale con la dichiarazione:”i gay sono peggiori degli animali, loro sanno distinguere i maschi dalle femmine”. La nike rescisse unilateralmente il contratto di sponsorizzazione con il campione sostenendo che fossero:”commenti ripugnanti”. Ecco. Gli stessi commenti che portarono una donna a dover scegliere tra la sua passione più grande e in cui era molto brava, e l’amore della sua vita. Gli stessi che costrinsero Griffith a parlare solo molti anni dopo essersi ritirato. C’è qualcosa che non funziona in tutto questo. C’è qualcosa che è terribilmente sbagliato. È come uccidere una parte di una persona e tacere l’accaduto.

“Non voglio nascondere nulla della mia identità. Voglio che la gente veda come sono: un atleta che da sempre il massimo sul ring, voglio che la gente guardi le mie qualità di pugile. Ma voglio anche che i ragazzi sappiano che tutto è possibile: ciò che sei o quello che ami non dovrebbe essere un ostacolo se cerchi di raggiungere un obiettivo. Sono gay e orgoglioso di esserlo, voglio essere questo con me stesso  e diventare un modello per i giovani”. Orlando Cruz, il primo coming out di un pugile professionista. E può riassumersi in queste poche righe tutto quello che andrebbe detto dell’omosessualità negli sport da combattimento. Cruz ha affrontato il suo match più duro proprio con il mondo vincendo con dignità e difendendo il suo essere. La sua l’omosessualità e quella di qualunque altro pugile, non può ne tanto meno deve permettersi di mettere in discussione le virtù dell’atleta, il suo essere prodigo e i suoi sacrifici. L’omosessualità, esattamente come il colore della pelle o molti altri fattori di razzismo fortunatamente combattuti nel tempo, non può più essere usata dai deboli per farsi più forti. Nessuno dovrebbe sentirsi in diritto di giudicare l’altro per mostrarsi più idoneo verso qualcosa. L’ottusita’ non rende idonei ma solo e semplicemente ottusi. Facciamo vincere gli sport, e per farlo abbiamo bisogno di far vincere la verità. Come fece Nino Benvenuti che confermò di essere a conoscenza dell’omosessualità di Griffith già ai tempi degli incontri sul ring, ma ciò nonostante non smise mai di considerarlo un degno avversario, un grande campione e un amico fraterno, al punto da fargli battezzare il figlio. Questi sono gli uomini che fanno grande la boxe dentro e fuori dalle palestre.

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