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Mike Tyson felice nel suo ranch

Avevo 11 anni in quel 1997 e mi ero addormentata poggiata a mio padre che amava la boxe, al punto da rimanere sveglio per vedere in diretta gli incontri. Quella sera stava aspettando di assistere alla rivincita di Mike Tyson contro Holyfield. L’anno prima, all’undicesima ripresa il match si concluse a favore di quest’ultimo, nello stupore generale. Ricordo nitidamente quella sera perché venni svegliata da un sussulto di mio padre che talmente preso da quanto stava trasmettendo la televisione, non rispondeva alle mie domande. Quella fu la volta in cui Mike Tyson entrò nella mia vita per non uscirne mai più, nonostante sia da considerarsi una presenza piuttosto ingronbrante (e non per la stazza). Ero una bambina e stavo assistendo in diretta ad un incontro di pugilato dove uno dei due aveva letteralmente staccato un pezzo di cartilagine dell’orecchio del suo avversario  e ricordo di aver pensato che la boxe fosse quello e che era lecito anche masticare pezzi del corpo dell’altro se serviva a vincere. Fu mio padre a spiegarmi una cosa che ancora oggi è rimasta ancorata alle mie convinzioni: esiste la boxe fatta di rispetto, di umiltà, di regole, e poi esiste Mike Tyson. Ciò significa che è esistita nella storia del pugilato mondiale un’epoca mai vista prima, dove vi era un pugile che non segnava più un confine tra se e la boxe. Era un tutt’ uno, Tyson sapeva di avere solo lei e lei dal canto suo sapeva di possedere un campione in grado di renderla irresistibile e immortale.

La vita di Mike Tyson ha seguito una parabola piuttosto prevedibile. Un’anima incurabilmente borderline, nell’incapacita’ a volte di incassare i colpi di un’esistenza già perennemente al limite, come la morte della sua bambina per un incidente nelle mura di casa. Un tatuaggio maori in pieno viso e viene da sorridere al pensiero che voleva nasconderlo completamente dietro a dei cuori, cosa che il suo tatuatore gli sconsiglio’ vivamente. Che poi è stato davvero tutto cuore nella sua vita compresa la sua professione ma era un cuore ferito e quindi in perenna difesa. Trattasi della stessa persona che aveva una tigre con cui giocava serenamente nel giardino della sua casa, allo stesso modo di noi comuni mortali quando giochiamo con i nostri chihuahua.
A differenza di altri campioni, a distanza di molti anni dall’addio della boxe di Tyson non abbiamo mai smesso di parlare di lui e questo perché anche il suo allevamento di piccioni faceva notizia, nonostante questa passione nei riguardi dei pennuti sia cosa ben nota, appartenendogli fin da bambino. Basti pensare al fatto che la prima volta in cui Mike decise di utilizzare le sue mani come un’arma era appena un bambino e ne picchio’ selvaggiamente un altro perché aveva osato fare del male ad uno dei suoi piccioni. Ovviamente non è passata inosservata neanche la notizia trapelata a gennaio della sua intenzione di unirsi ad altri due soci per aprire un ranch dedicato alla coltivazione della marijuana in California. Quello che qualcuno potrebbe non sapere, è che Mike Tyson da molti anni sensibilizza l’opinione pubblica riguardo l’importanza della cannabis a scopi clinici.
Figura troppo emblematica per inquadrarla in poche righe. Ma nonostante il suo atteggiamento, e tutte le dichiarazioni rilasciate negli anni dove si lasciava andare ad un mea culpa che sembrava davvero reale, non si può escludere anche questo aspetto. È frequente la domanda: che fine ha fatto Mike Tyson? Ed è bello poter rispondere che finalmente ha perdonato i suoi demoni o semplicemente li ha accettati, avendo la possibilità di fare del bene facendo qualcosa in cui crede davvero. È una bella immagine quella che chi come me lo ha amato alla follia, sperava di vedere. È una nuova vittoria ed è doveroso darle la visibilità che merita.
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