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L’amore per il campione, Nino Benvenuti

Estratto dell’opera UN COLPO AL CUORE, libro scritto di Margherita Frau. La nostra redattrice ci racconta  la sfida tra Nino Benvenuti e Carlos Monzon, per il consueto Affondo della Frau.
“Aveva la faccia e la stazza da cattivo quell’indio, ma aveva una parte buona che non riusciva mai a nascondere mentre lo guardava con lo sguardo innamorato. Abel era suo figlio e se lo portava ovunque, fin da piccolissimo, compreso agli allenamenti e durante le sedute di sparring; mentre si fracassava le nocche quel piccolo animo a bordo ring non cessava di essere la sua parte migliore. Lo sapevano tutti, tutti lo vedevano. Era nonostante tutto un cuore che sapeva battere forte il suo, per amare cosi tanto una
vita più di quanto dimostrò di amare la propria. Il destro di Carlos Monzon poteva mandare al tappeto un bufalo e a renderlo tanto pericoloso non era solo la potenza in esso insita, ma l’impossibilità di vederlo arrivare e quindi evitarlo. Come disse il giornalista di
‘Boxe ring’ due giorni prima del loro incontro: faceva paura a vederlo vestito, ma senza maglia la paura di trasformava in vero e proprio panico. Eppure quando si presentò davanti a Benvenuti, l’Italia tutta si rifiutò di guardarlo non potendo concepire minimamente che il loro pugile andasse k.o. per mano di uno straniero di cui non si sapeva nulla. Era il 7 novembre del 1970 e tutti pensavano a Nino, a come avrebbe saputo renderli di nuovo fieri dopo quell’Olimpiade del ’60 e il mondiale del ’67. Lo sfidavano per rubargli il titolo, ma la cosa sembrava quasi ironica: quello era il campione italiano mica uno qualunque. E chissà cosa avrà pensato tutta quelle gente incollata alla radio quando il cronista Claudio Ferretti riportava il dramma nei seguenti termini: «L’arbitro, mentre Benvenuti si rialza, decreta comunque il fuori combattimento. Poi Nino, veramente in maniera pietosa, se n’è andato barcollando per il ring ed è andato a finire sulle corde. È una conclusione francamente insospettata».
                                                
La semplice verità è che quando ami qualcuno faresti di tutto per difenderlo e il non lettere in conto un finale simile era tutto quello che il suo Paese poteva fare verso sé stesso e verso di lui. Si trattava di amore, non di boxe e quel Monzon era venuto da molto lontano per strapparne la fondatezza lasciando tutti increduli, fino all’ultimo. Quel destro che li aveva stesi tutti era stato qualcosa di troppo pesante per non mandare tutti al tappeto ma nonostante ciò non ci si poteva credere. Quando comunicarono al nuovo campione che Nino voleva la rivincita, la sua risposta fu: «Lui e tutti quelli che ancora credono in lui sono dei pazzi. La prossima volta lo ucciderò».  Si poteva evitare quella sfida, forse si poteva anche la prima ma la seconda sicuro. Ma c’era qualcosa che proprio non riusciva ad andare giù. Quel sentimento letteralmente rubato, con quale diritto? Era il momento di riportarlo a casa, ma se avesse perso di nuovo? Ma Benvenuti ci aveva sempre messo la faccia -letteralmente – non si sarebbe tirato indietro neanche questa volta. Era l’8 maggio del 1971 e al primo gong l’ex campione si gettò saldamente su Monzon mostrando un pugilato che nessuno aveva mai visto in lui. Non era solo ostinato ma feroce. Si era fatto un enorme sbaglio pochi mesi prima, e aveva solo quell’occasione per dimostrarlo, e forse in qualche parte recondita se lo chiedeva anche l’avversario cosa sarebbe accaduto se l’esito fosse stato rovesciato, se fosse stato lui a perdere. Ma non fu questo che lo fece giocare
sporco. Non era la prima volta che lo si vedeva tirare colpi proibiti.
Benvenuti iniziava a doversi barcamenare tra colpi dietro la testa o sotto la cintura e questo oltre a far molto male ha la capacità indiscussa di innervosire molto e chiunque sa che un pugile nervoso può commettere errori fatali. Più Nino cercava di richiamare l’attenzione dell’arbitro più aumentava l’aggressività e più colpiva forte più Monzon lo castigava, fino a quel gancio sinistro seguito da un diretto destro. Benvenuti era a terra, e con lui di nuovo milioni di persone. Si rialzò ma cadde la seconda volta e fu quello il momento in cui l’asciugamano bianco cadde all’interno del ring. Che stava succedendo? Non era un time out quello ma la fine di un pezzo di storia che meritava a ogni modo di rimanere tale all’interno dello sport italiano e non solo. Bruno Amaduzzi gettava la spugna per proteggere il suo pugile che vedeva in seria difficoltà, nonostante si fosse rialzato gridando che non era ancora finita. Una miriade di persone invasero quel campo di battaglia e per qualche attimo fu il marasma totale. Perfino la moglie del pugile era salita urlando mentre la trattenevano. Era un sogno quello o qualcosa di reale? Si faceva fatica a comprenderlo in quel momento, ma qualunque cosa fosse, meritava forse di vederne il finale. Cose che non si possono spiegare, a volte non c’è il tempo di ragionare. Quel ragazzo era sotto la sua responsabilità e lo stavano massacrando di botte. Avrebbe potuto scegliere di mandarlo avanti, ma non l’ha fatto. Non è da incriminare per questo. Siamo persone prima di essere sportivi, a prescindere dal ruolo che si ricopre, e i nostri sono animi tormentati da domande a cui spesso non c’è tempo di rispondere,
così come i loro:
“Non so cos’è successo. Non mi sentivo stanco, potevo continuare. È stata una spinta a mandarmi giù. (…) Lui per me è un amico non un manager. E da amico non da manager, si è comportato. Avrei voluto chiudere diversamente, ma è andata così. Io sarò sempre
convinto che la decisione sia stata frettolosa. Per me è un’umiliazione immensa, non sono preparato a una tale mortificazione”.
Con queste parole Benvenuti chiuse una carriera pugilistica che per quanto si potesse dire o pensare in quel momento fu comunque qualcosa di grandioso.
Come disse George Foreman:
“Un pugile al tappeto è l’uomo più solo del mondo”.
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