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È sempre questione di rispetto

Non sarà certo mia intenzione calarmi nelle vesti di opinionista che si mette a discutere sulla morale e su quello che andrebbe condannato o meno, resta il fatto che da ieri sera riesce praticamente impossibile non imbattersi nei commenti sullo sputo partito in un campo di calcio tra Douglas Costa e Di Francesco, rimasto per qualche secondo incredulo per la saliva che gli aveva ricoperto la bocca. Numerosi i pugili che sono immediate partiti sui social con rimostranze circa il significato del concetto di ‘rispetto’ li dove vi è rivalità. E a colpirmi tanto è stata proprio questa necessità di dover fare paragoni per rendere intangibile una verità che già da tempo non andrebbe discussa. Ma se serve, allora faccio notare anche io in modo alquanto saccente che è educativo per un bambino assistere ad un match di pugilato capendo quali sono i limiti di un essere umano che nonostante la stanchezza, la paura e il dolore non si allontana mai dalle regole stabilite dagli arbitri ma prima ancora da quelle stabilite dal semplice convivere tra persone. Mentre non è assolutamente educativo mostrare un calciatore che guadagna più di quanto un semplice operaio che si spacca la schiena tutti i giorni è in grado di sopportare a livello di dignità, che sputa in faccia ad un suo avversario perché ‘nervoso’ a seguito di un ammonizione già ricevuta.

Il punto, l’unico su cui secondo me valga la pena soffermarsi, è la ridicolosita’ e il pressapochismo mostrato nel giudicare una cosa educativa o meno, pericolosa o meno solo in base a reazioni emotive istantanee. Esiste una metodologia scientifica che se ne occupa, ed esiste un motivo se impiega anni a far luce sull’incidenza effettivamente reale. Gli infortuni stessi, non andrebbero presi nella loro singolarità, quanto piuttosto spalmati sulla totalità dei pugili che praticano questo sport e ci si renderebbe conto che i traumi seri non sono maggiori a quelli riportati in altri sport. La chiave di lettura è rintracciabile nella frase di Jack London:
“…far male non era mai l’intenzione di nessun colpo che lui portava…Il male era accessorio al fine da raggiungere, e il fine era tutta un’altra cosa”.
Va da sé che una ferita sul volto ha su di noi un impatto completamente differente rispetto ad una sbucciatura su un ginocchio, ma questa è la nostra visione ed è dettata da un emozione non di certo da un punto di vista medico. Veder sanguinare un sopracciglio ha una valenza diversa rispetto ad una distorsione della caviglia di un calciatore, eppure rimarrà più tempo fermo lui rispetto al pugile ferito in prossimità dell’occhio. E non dimentichiamo che la maggior parte delle ferite durante un incontro sono dovute a colpi portati in modo irregolare, o per colpa del guanto o di una capocciata o una di gomitata. Considerando che non ci si trova in un campo da rugby è assolutamente chiaro che la maggior parte di questi colpi sono accidentali. La testa dell’avversario è paradossalmente la sua parte del corpo più pericolosa, ancor prima delle sue mani. Ogni buon maestro di queste pratiche sa bene che la prima cosa da insegnare ai suoi ragazzi non è quella di attaccare ma di sapersi difendere. ‘Proteggere’ è forse un termine più appropriato. Un pugile che sa incassare e coprire il proprio viso e tronco è un avversario molto più pericoloso di uno che ti mette alle corde al suonare del gong ma che magari dopo 5 minuti è già esausto e ferito per quell’ unico colpo che si è riusciti a piazzare nel bel mezzo dell’artiglieria. Questo gli addetti ai lavori lo sanno bene, lo sanno gli allenatori, lo sanno i pugili e lo sanno perfino quelli che hanno paura di vedere la persona amata salire sul ring ma lo accettano riconoscendo a questo sport la sua vera natura, che a livello di educazione civica non fa acqua da nessuna parte. Per questo provo un senso di sconfitta nel momento in cui leggo per mano di pugili italiani, che anche davanti a match importanti portano a casa borse davvero irrisorie rispetto al loro impegno fisico e mentale in vista della preparazione, sbracciarsi tanto davanti ad eventi come quelli di ieri, per dimostrare che a volte è più facile emettere giudizi che dimostrarsi critici in un modo che dovrebbe (per amore della verità) essere più utile. Qui non si sta parlando della differenza tra gli sport ma solamente del modo in cui gli sportivi vivono la propria sportività e quindi il modo in cui hanno scelto di vivere il proprio essere. E da tempo penso che sia un vero peccato, non giustificato da nulla, continuare a dare visibilità a sport che dovrebbero essere al pari di altri ma che per questioni misere di mercato non lo sono. Non si dovrebbe mai fare una scelta di marketing davanti all’impegno di giovani che ci mettono la faccia e si preparano duramente per rimanere poi in una sorta di élite mediatica sconosciuta ai più. E questo non vale ovviamente solo per la boxe.
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