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Wilder: “I miei avversari devono essere perfetti per 36 minuti, io solo per 2 secondi”

Deontay Wilder non è certamente un concentrato di tecnica sopraffina e il suo modo di combattere contraddice gran parte degli insegnamenti che qualunque maestro di pugilato che si rispetti impartisce ai propri allievi, eppure il suo record e i suoi successi parlano chiaro: l’americano è uno dei grandi protagonisti di quest’epoca. Ad agevolare il suo percorso togliendogli tante volte le castagne dal fuoco, un dono di madre natura: il suo destro terrificante, un’arma sulla cui importanza cruciale lo stesso Bronze Bomber sembra essere pienamente consapevole come emerge dalle sue recenti dichiarazioni:

“Una delle cose per cui sono stato benedetto è la mia potenza tremenda. Questo è ciò che mi separa dal resto degli altri atleti della categoria. Grazie al mio stile sono in grado di usare tale potenza in ogni momento. Non solo posso scatenarla nel primo round, ma in ogni altro round. 

Dico sempre ai miei avversari che devono essere perfetti per 12 riprese, ovvero per 36 minuti. Io devo essere perfetto solo per due secondi, il tempo che impiego per scagliare uno dei miei colpi. Posso colpire il mio avversario ovunque, persino sulla fronte, e metterlo fuori combattimento, come avete visto nel mio ultimo match.

Avere questo potere è una sensazione straordinaria. Non sono preoccupato dei miei avversari. Devono preoccuparsi più loro di me di quanto io debba preoccuparmi di loro. Molte persone guardano i miei match per un solo motivo: vogliono vedere cosa succede quando colpisco il mio avversario. Quando avviene, vogliono assistere alla sua reazione, per capire se finirà KO. 

Wilder si è poi soffermato sul tema della strategia da adottare nell’imminente battaglia contro Tyson Fury, un aspetto che potrebbe rivelarsi cruciale dal momento che nel primo match l’americano è stato mandato a vuoto con grande frequenza, salvandosi dalla sconfitta soltanto grazie ai due atterramenti siglati. Il picchiatore di Tuscaloosa sembra però molto sereno a riguardo, avendo individuato i motivi di quella performance non ottimale:

“Non mi sento sotto pressione. Nel primo match ho decisamente mandato all’aria la nostra strategia. Puoi avere un piano ma quando sali sul ring c’è così tanta eccitazione che fai fatica a seguirlo. Vuoi metterti in mostra e dare alla folla ciò per cui è venuta, ovvero il knockout.

Quella volta ero sovraeccitato e ho iniziato a portare pugni selvaggi. La mia strategia doveva essere quella di lavorare al corpo e ho iniziato il match in quel modo, ma poi mi sono lasciato prendere dalla foga. Ora sono un pugile molto diverso.

All’epoca mi ruppi anche il braccio durante il training camp. Molte persone questo non lo sanno, perché io non cerco scuse. Mi sono rotto il braccio in allenamento e ho avuto solo 4 settimane e 4 giorni per guarire. E indovinate un po’? Era esattamente il tempo che mi separava dal match. Quindi, o mi sarei ripreso rapidamente o avrei dovuto battermi con ciò che avevo a disposizione. Chi mi conosce sa che combatto sempre: con un braccio rotto, una mano rotta, bicipiti strappati, ustioni di terzo grado, non mi importa. Sono un guerriero”.

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