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Un storia di speranza e redenzione. Intervista esclusiva al regista di “Hands of God”.

“Non abbiamo niente, per questo sono diventato un pugile”. È  con questa frase e l’immagine di un giovane ragazzo che si allena sul ring che inizia il film documentario “Hands of God” presentato qualche settimana fa in anteprima mondiale alla 64esima edizione del Taormina Film Fest.
Un film sulla boxe come tanti altri, come se ne vedono spessissimo ormai, il solito, cosa avrà di diverso o di speciale? La risposta ce la darà la scena successiva: Al-Sadr City, un distretto di Baghdad, subito dopo l’esplosione di una bomba.

Per due anni il giornalista, scrittore e regista della pellicola, Riccardo Romani, ha seguito la modesta nazionale di boxe irachena. Ha abbracciato il sogno di tre ragazzi che volevano arrivare a competere alle Olimpiadi di Rio 2016, quella che all’apparenza sembrava soltanto una grande utopia. Senza nessun mezzo a disposizione o quasi, in una realtà difficile, la paura con cui convivere ogni giorno, quella di non tornare a casa intero o addirittura vivo a causa delle bombe che colpivano Baghdad quotidianamente. Le condizioni di vita di questi ragazzi erano sconcertanti, eppure Waheed, Jafaar e Saadi erano convinti di voler andare ai Giochi, tutto suonava a tratti ridicolo. Come avrebbero mai potuto?

Il documentario ricostruisce la loro avventura. Allenati da Ismail Salman, il pugile che combatté nel ’84 a Los Angeles contro Evander Holyfield, le telecamere hanno seguito la loro quotidianità, il loro lavoro, la loro preparazione e i tornei di qualificazione. La cosa singolare era che nonostante perdessero sempre, non si rifugiavano mai nelle scuse, anzi ritornavano a crederci e ad allenarsi ancor di più. Poi è accaduta una cosa che nessuno s’aspettava: nell’ultimo giorno dell’ultimo torneo utile a Baku in Azerbaijan, Waheed Abdul Ridha ha sconfitto ben quattro avversari, un argentino, un tedesco, uno svedese e un dominicano, ed è riuscito incredibilmente a staccare il pass che aspettava qualificandosi alle Olimpiadi, trasformandosi in un eroe nazionale. A Rio 2016 è stato infatti il portabandiera dell’Iraq.

Ma ci rivolgiamo direttamente a Romani per farci spiegare ancora meglio com’è andato tutto e perchè.

Innanzitutto come è nata e perché questa idea?

L’idea nasce durante un viaggio in Iraq. Sono a Baghdad per realizzare un reportage per SkyTG24 che però non andrà mai in onda. Nonostante i terroristi di ISIS siano a 40 miglia dalla Capitale, il tema è superato per le nostre news. Esiste quella che viene definita “fatica da cattive notizie”. Così, poco prima di ripartire, quasi per caso, m’imbatto in questo gruppo di ragazzi che si allena all’aperto usando una parte di cemento come sacco. Hanno sei paia di guanti ma sono una ventina. Mi dicono che si tratta della squadra Nazionale irachena che per colpa delle bombe non riesce ad allenarsi in palestra. Allaccio contatti. Due mesi dopo torno a Baghdad con l’idea del film. Mi spiegano che vogliono qualificarsi per Rio. Mi guardo attorno, tutta la distruzione e l’incertezza e quell’annuncio ovviamente mi colpisce nel cuore.

All’inizio è stata solo curiosità o qualcosa ti ha spinto a credere nel sogno insieme a loro?

Non ho mai creduto veramente che uno di loro ce la potesse fare. Conosco i meccanismi che portano alla qualificazione, nel pugilato sono spietate e molto selettivi. Alla federazione mancavano mezzi economici e strutture, molto del lavoro era affidato ai ragazzi che spesso erano costretti ad allenarsi da soli, cause le continue esplosioni in città e il blocco dei quartieri per motivi di sicurezza. In più alcuni di loro si dividevano tra la palestra e il fronte. Li abbiamo seguiti fino al fronte di Falluja dove combattevano a fianco dell’esercito regolare. Waheed era nell’esercito e per motivi di servizio ha dovuto saltare il mondiale in Qatar per il quale si era qualificato. No, non credevo potessero farcela. Fino all’ultimo tentativo a Baku, avevo in mente un finale diverso. Pieno di speranza, che mettesse in evidenza il coraggio di questi ragazzi capaci di lottare contro tutti.

Qual è il messaggio che Hands of God vuol trasmettere?

Quando giro un documentario non mi preoccupo del messaggio ma piuttosto di rappresentare una realtà nel modo più onesto possibile. Posso dire che ho imparato molto da questi ragazzi, dalle loro famiglie, dalle loro madri, perché il livello di resilienza è inimmaginabile per chi vive nel mondo occidentale. E mi colpisce ancora di più perché sono giovani con le stesse ambizioni, gli stessi sogni di tanti loro coetanei a Helsinki come a Milano. Sono le news tradizionali che negli anni ci hanno confezionato un’idea dell’Iraq e del loro popolo totalmente distorto. E questo è un discorso che vale per altre realtà che ho toccato con mano: dalla Siria ai campi di braccianti africani nel sud del nostro Paese. E se vogliamo proprio parlare di messaggio, affido il compito al giovane Jafaar che mi chiede: “ma perché stiamo morendo sotto le bombe e non interessa a nessuno”. In fondo, loro come noi, combattono un nemico comune, ISIS.

Come ha reagito il pubblico all’anteprima?

Con emozione e stupore. In molti immaginano Baghdad come un luogo molto diverso da quello che noi raccontiamo. Una città dove la gente conduce una vita anche normale, va al mercato, si ritrova nei bar, guarda la tv, si interessa a quello che accade nel resto del mondo. Alcuni spettatori sono venuti a chieder se alcune scene fossero ricostruite. Pensavano fosse una fiction.

E i pugili quando lo guarderanno come pensi che si sentiranno dopo averlo visto?

Aspetto con trepidazione il momento in cui potremmo proiettarlo a Baghdad. Non sarà facile, anche perché questi miei viaggi in Iraq hanno compromesso la mia capacità di muovermi in molti Paesi, compreso gli Stati Uniti dove ho nuovo progetto, luogo in cui ogni volta che arrivo, vengo trattato come un potenziale terrorista. Il film è tutto loro, mi hanno accettato, aiutato, si sono resi disponibili e hanno capito l’importanza di quello che facevamo e di come mostrare la loro realtà al mondo, possa aiutarli. Ho la presunzione di dire che averci accanto con una telecamera abbia dato loro una motivazione extra per fare meglio. Mi piace pensarlo. Sono tutti piccoli campioni. Meritano che il mondo si accorga di loro.

Hands of God è una storia di speranza  e redenzione concentrata in 72 minuti, ma per questi ragazzi lunga una vita. Un destino capovolto in barba alle difficoltà e all’indifferenza. Hands of God : “Quando lottare per i propri sogni significa sopravvivere”.

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