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Munguia batte Hogan con un verdetto dubbio!

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Ieri notte, presso l’Arena Monterrey, nell’omonima città messicana, l’idolo locale Jaime Munguia (33-0-0, 26 KO) ha faticato molto più del previsto nel difendere il proprio titolo mondiale WBO dei superwelter dall’assalto del caparbio sfidante irlandese Dennis “Hurricane” Hogan (28-2-1, 7 KO) imponendosi infine con una controversa Majority Decision. Questi i cartellini ufficiali decretati dai giudici di gara: 114-114, 115-113, 116-112.

Doveva essere una difesa interlocutoria per il giovane schiacciasassi messicano, già mentalmente proiettato verso sfide multimilionarie contro i grandi nomi dello scenario internazionale. Hogan, pur essendosi guadagnato di vittoria in vittoria la qualifica di sfidante ufficiale, non sembrava infatti avere i numeri, il palmares e le caratteristiche per poter impensierire il più quotato rivale, intenzionato a dare spettacolo davanti alla sua gente e a far brillare la propria stella attraverso le telecamere di DAZN. Lo sfidante tuttavia non deve essere stato informato del presunto copione poiché ha recitato una parte ben diversa da quella della vittima sacrificale.

Sono bastate poche riprese per capire che per Munguia non sarebbe stata una serata agevole. Hogan ha iniziato il match muovendosi sulle gambe in maniera frenetica, in modo da non dare bersaglio al rivale, apparso macchinoso e poco convinto in avvio. Il campione potrebbe aver sottovalutato l’impegno, il che spiegherebbe la partenza soft, tipica di chi è convinto di poter chiudere i conti alla prima accelerazione. Ne è risultata una prima parte favorevole al pugile irlandese che pur senza fare sfracelli ha vinto almeno tre delle prime quattro tornate schivando con maestria, muovendosi con perizia e rientrando con colpi poco caricati ma veloci e precisi.

Il quinto round ha sancito finalmente il risveglio del campione: resosi conto della situazione tutt’altro che agevole, Munguia ha iniziato infatti a premere col piede sull’acceleratore chiudendo l’avversario alle corde con maggiore veemenza e trovando la strada per alcuni pregevoli montanti sinistri al fegato, una delle armi più insidiose del suo vasto arsenale. Per due intere riprese Hogan si è ritrovato costretto a pensare quasi esclusivamente alla propria sopravvivenza, penalizzato dal gap in termini di potenza e dalla superba fisicità del giovane dirimpettaio.

Quando l’inerzia del match sembrava ormai saldamente nelle mani del campione tuttavia, Hurricane è riuscito a interromperne l’incedere affidandosi a un astuto ostruzionismo fatto di clinch, colpi sporchi e improvvisi cambi di ritmo. Munguia è parso a disagio di fronte alla boxe poco convenzionale dell’avversario e non è riuscito a dare continuità a quella che era stata una fase per lui estremamente favorevole, ripiombando in un caos di colpi a vuoto e scambi confusionari e facendosi anche sorprendere da un montante superlativo al mento al termine del settimo round.

L’incontro si è mantenuto in sostanziale equilibrio: benché i colpi del campione fossero visibilmente più potenti ed incisivi, quelli dello sfidante apparivano meglio selezionati e più precisi. L’incredibile quantità di fendenti a vuoto da parte di Munguia, che nel tentativo di trovare il KO ha colpito l’aria spesso e volentieri, si è tradotto nelle cifre impietose di Compubox che al termine del match ha attribuito al messicano un miserrimo 18% di colpi a bersaglio rispetto al totale di quelli scagliati. Dennis Hogan non si è tuttavia accontentato di mantenersi competitivo: nel decimo e soprattutto nell’undicesimo round ha cercato di operare lo strappo decisivo per vincere!

La penultima ripresa è stata probabilmente la migliore in assoluto per lo sfidante. L’irlandese ha infatti sorpreso il campione con un terribile destro d’incontro in avvio facendolo tremolare per un attimo e lo ha poi castigato con un gran numero di colpi nell’arco dei tre minuti. Munguia è apparso disorientato, privo di soluzioni e sorpreso dalla piega inaspettata presa dal combattimento. Pur vincendo l’ultima tornata, disputata col cuore più che con la testa, il campione non sembrava aver fatto abbastanza per meritarsi i favori della giuria.

Purtroppo quando un pugile semisconosciuto affronta un grande nome della boxe mondiale, da che mondo è mondo, per portarsi a casa la cintura deve vincere in maniera schiacciante. Chi vi scrive al termine del match aveva un punteggio di 115 a 113 in favore di Dennis Hogan: un margine troppo ristretto per sconfiggere le spietate leggi del grande business che non consentono agli atleti portatori di immensi guadagni di sporcare il proprio record e perdere il proprio appeal per così poco. Non stupisce dunque che la giuria abbia premiato il beniamino di casa, accreditandogli tra l’altro per mano della giudice Waleska Roldan, più volte protagonista di verdetti fantasiosi, un margine di ben quattro punti di vantaggio, decisamente incoerente rispetto a quanto visto sul quadrato. A testimonianza della natura controversa del verdetto è sufficiente citare le parole del vincitore: “In tutta sincerità, credevo che i giudici avrebbero dato il pareggio”. Una frase che vale più di mille argomentazioni in uno sport in cui anche pugili dominati in lungo e in largo affermano spesso e volentieri di aver fatto abbastanza per vincere.

Dispiace dunque che Dennis Hogan non abbia visto riconosciuta la sua eccellente performance: speriamo che il rematch chiesto a gran voce dall’irlandese gli venga accordato. Dal canto suo Munguia, nonostante le enormi potenzialità, ha pagato lo scotto della giovane età e della limitata esperienza, facendosi imbrigliare da un avversario qualitativamente inferiore ma astuto e difficile da decifrare. Questo match aiuterà senz’altro il potente messicano a correggere alcuni errori e a crescere: l’approccio poco deciso, la tendenza a caricare troppo i colpi e le difficoltà nel tagliare il ring secondo le giuste traiettorie sono gli aspetti su cui il suo team dovrà concentrarsi per un ulteriore salto di qualità, indispensabile prima di contrapporre Munguia ai mostri sacri di cui il ragazzo già invoca il nome.

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