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La WBC fa sul serio: in arrivo la nuova categoria “bridgerweight”!

A quanto pare, questa volta ci siamo davvero. I ripetuti tentativi da parte della WBC di introdurre un’ulteriore categoria di peso nel pugilato, la diciottesima, che vanno avanti da qualche anno a questa parte tra rallentamenti e riproposizioni stanno per trovare la loro definitiva concretizzazione. Il presidente della federazione con sede a Città del Messico Mauricio Sulaiman ha infatti rivelato agli organi di stampa il nome della nuova divisione e il suo limite di peso: si chiamerà “bridgerweight” e andrà a collocarsi tra i pesi cruiser e i pesi massimi con un limite superiore di 224 libbre (circa 101 chili e mezzo). Una fonte qualificata ha rivelato a Boxe-Mania che l’implementazione è imminente: a partire da gennaio, salvo improbabili dietrofront, la nuova categoria comparirà nelle classifiche della WBC, in quelle dell’EBU e persino in quelle del British Boxing Board of Control, ovvero la federazione britannica.

La giustificazione addotta per quest’ennesimo ampliamento delle categorie del pugilato, passate nell’arco dei decenni dalle otto originarie alle diciassette odierne, è la presunta differenza di peso eccessiva che intercorre tra i cruiser e i massimi, divenuta insostenibile, a dire di Sulaiman, con la progressiva crescita fisica dei migliori esponenti della categoria regina, molti dei quali oggi registrano tonnellaggi compresi tra i 110 e i 120 chili:

“Dieci anni fa la WBC ha deciso di spostare il limite della categoria dei cruiser dalle 190 alle 200 libbre, tenendo conto del peso degli atleti, dal momento che essi sono indubbiamente cresciuti in maniera estremamente impressionante. La divisione maggiore, quella dei massimi, comporta la gloria maggiore, poiché il campione del mondo di tale categoria è stato tradizionalmente riconosciuto come l’atleta più importante al mondo, l’invincibile, il gladiatore. Abbiamo deciso di creare una nuova categoria chiamata bridger, trattandosi di un ponte necessario per l’elevato numero di pugili il cui peso è compreso tra le 200 e le 224 libbre”.

La metafora del “ponte” (che è il significato della parola inglese “bridge”) non è l’unica motivazione alla base della scelta dell’appellativo della nuova classe di peso. La WBC si è infatti ispirato anche alla vicenda che alcuni mesi fa ha visto protagonista il piccolo Bridger Walker, un bambino di sei anni che ha subito vistose ferite al volto per essere intervenuto in aiuto della sorellina messa in pericolo dall’aggressione di un cane. Il caso ebbe una vasta risonanza in tutto il mondo e il piccolo eroe fu premiato anche con un’apposita cintura realizzata dall’ente pugilistico quale riconoscimento per il suo coraggio. Ora il piccolo Bridger resterà dunque associato per sempre al mondo della boxe professionistica dato che un’intera categoria porterà il suo nome come lo stesso Sulaiman ha voluto sottolineare:

“Questo nome è ispirato a quell’eroe dell’umanità, quel ragazzino di sei anni che ha eroicamente salvato la sua sorellina di quattro anni dall’attacco di un cane selvaggio durante la prima fase della pandemia; sì, questa nuova divisione è ispirata a Bridger Walker”.

La decisione, che come vi abbiamo anticipato noi stessi era nell’aria da tempo, tanto che alcuni ex pugili come l’inglese Tony Bellew erano stati incaricati di studiarne la fattibilità negli scorsi mesi, farà certamente storcere il naso a tantissimi appassionati. L’introduzione di una nuova categoria infatti provocherà inevitabilmente una diluizione del talento: almeno altri quattro titoli mondiali si aggiungeranno allo sterminato elenco attuale e un crescente numero di atleti inadeguati otterrà chance iridate condannando il pubblico a spettacoli di bassa lega spacciati per eventi epocali. Non è difficile intuire che al di là della retorica e delle motivazioni di facciata il motore unico che da anni alimenta iniziative del genere sia quello dei soldi e degli interessi: le federazioni si fregano le mani all’idea di attirare pubblico ingenuo ponendo l’etichetta di “mondiale” sul maggior numero possibile di manifestazioni, e gli atleti stessi, purtroppo, si adeguano all’andazzo di fronte la prospettiva di poter sfoderare una cintura e sentirsi dei fenomeni di portata storica.

Non sarebbe difficile replicare infatti a Sulaiman dimostrandogli dati alla mano che le sue tesi sull’impossibilità dei “massimi piccoli” di competere con i giganti siano campate per aria. Basti pensare al caso di Deontay Wilder, che con la riforma imminente finirebbe nel calderone dei bridgerweight, ma che ha detenuto il titolo WBC dei pesi massimi per ben sette anni collezionando la bellezza di dieci difese e mettendo ripetutamente KO atleti ben più pesanti di lui. Nell’ambiente della boxe tuttavia sembrano essere rimasti in pochi ad aver davvero a cuore l’integrità e la credibilità di questo magnifico sport; non ci resta che augurarci una ribellione da parte degli appassionati che spinga i vertici a fare marcia indietro rispetto a quest’ennesima iniziativa controproducente.

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