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Capolavoro di Joshua: finisce la favola di Andy Ruiz Jr! AJ torna campione

Il match più atteso dell’anno ha dato il suo verdetto: Anthony “AJ” Joshua (23-1-0, 21 KO) è tornato campione del mondo dei pesi massimi per la WBA, la IBF e la WBO oltre alla federazione minore IBO nella singolare location della Diriyah Arena in Arabia Saudita. Il messicano Andy “Destroyer” Ruiz Jr (33-2-0, 22 KO) è stato sconfitto nettamente ai punti con verdetto unanime della giuria. Questi i sacrosanti cartellini dei giudici: 119 a 109 e due volte 118 a 110, tutti in favore dell’inglese. Questo trionfo ribalta completamente l’esito del primo confronto tra i due che il 1 giugno di quest’anno aveva visto Ruiz imporsi clamorosamente per KO tecnico in sette round.

Dal punto di vista psicologico Joshua aveva una montagna da scalare: i quattro atterramenti di giugno erano certamente ben impressi nella sua memoria e con essi c’era la consapevolezza di essere a un bivio decisivo per la sua carriera poiché una nuova sconfitta lo avrebbe definitivamente ridimensionato. L’inglese non ha però lasciato nulla al caso: una preparazione mirata, con sparring partner scelti appositamente per simulare la boxe del rivale e una strategica riduzione della massa muscolare finalizzata a migliorare workrate e mobilità lo hanno portato a salire sul ring nelle migliori condizioni possibili per mettere in atto il suo capolavoro.

Dall’altra parte Ruiz molto probabilmente non ha avuto la stessa dedizione. I 128,4 chili fatti registrare ieri sulla bilancia sono stati un segnale inequivocabile di un certo lassismo nell’approccio a questa cruciale rivincita. Il messicano non si presentava con un simile tonnellaggio sul quadrato dal lontano 2009, un dato statistico impressionante da parte di un pugile chiamato alla prova della conferma definitiva ai massimi livelli.

Il canovaccio tattico è stato per tutto il match quello ampiamente preannunciato alla vigilia. Andy Ruiz ha fatto suo il centro del ring e non lo ha più abbandonato fino al suono dell’ultima campana cercando di accorciare la distanza a piccoli passi e di sorprendere lo sfidante con le sue sfuriate improvvise e la sua caratteristica velocità di braccia nello stretto. Joshua ha invece scelto scientemente di interpretare il ruolo del pugile elusivo muovendosi sulle gambe (insolitamente sottili e scattanti) e facendo un uso accurato del jab e del clinch senza disdegnare il diretto destro occasionale.

Proprio un destro secco e improvviso ha aperto una ferita in corrispondenza del sopracciglio sinistro di Ruiz già nel primo round. Tale colpo non è stato tuttavia sfruttato dall’inglese con eccessiva frequenza poiché le repliche improvvise e puntuali del messicano lo tenevano costantemente sull’attenti. Ciò non ha impedito ad AJ di aggiudicarsi con disinvoltura almeno sei delle prime sette riprese, concedendo bersaglio all’avversario soltanto per colpi sporadici, tutti digeriti senza eccessiva difficoltà.

Il picco della performance del campione è arrivato nell’ottavo round, di gran lunga il migliore della serata deludente di Ruiz. Il messicano ha finalmente trovato una variante tattica alla pressione sterile esercitata fino a quel momento: ad ogni clinch di Joshua ha iniziato a liberare le braccia e a colpire il rivale con decisione sulle tempie mettendolo in seria apprensione e costringendolo a stringere i denti. Le contromisure dell’inglese tuttavia non si sono fatte attendere: imbeccato con prontezza dal suo angolo Joshua ha immediatamente limitato al minimo sindacale le fasi di corta distanza intensificando ulteriormente il gioco di gambe e il fuoco di sbarramento dei diretti.

Ad Andy Ruiz occorre riconoscere di aver dimostrato anche stasera una mascella irreale, tra le migliori della scena pugilistica attuale. Il campione uscente ha infatti incassato una quantità impressionante di colpi, alcuni dei quali giunti con precisione chirurgica, senza mai fare un passo indietro e senza mai vacillare. Fino all’ultimo suono dell’ultimo gong il Destroyer ha provato disperatamente a trovare il colpo vincente, ma ha dovuto arrendersi di fronte a un atleta più veloce di gambe, più atletico e più reattivo: in una parola, più forte.

Il verdetto dei giudici, perfettamente fedele a quanto visto sul quadrato, ha dunque restituito ad Anthony Joshua il suo regno spazzando via la montagna di fango che era piovuta sull’inglese in questi mesi. AJ non è un fuoriclasse e non è uno dei più grandi di sempre, su questo non ci piove. Ma resta un campione degno di alzare in cielo le sue cinture e uno dei migliori esponenti dell’epoca attuale, capace nella circostanza di lavorare sui suoi limiti, modificare il suo fisico e la sua strategia e uscire indenne da una sfida che sul piano mentale ancor più che su quello tecnico rappresentava un’autentica trappola mortale. Un pugile così determinato può guardare alla riunificazione definitiva dei titoli con la convinzione di potersela giocare alla grande.

Dopo aver speso tante parole positive sull’attitudine spensierata di Ruiz, sulla sua impresa di giugno e sulla sua capacità di oltrepassare gli handicap legati a un fisico tutt’altro che erculeo, non possiamo evitare di fargli oggi anche qualche deciso rimprovero. Il messicano, nel giorno della verità che avrebbe potuto condurlo alla definitiva consacrazione, non ha mai dato, al netto di pochi frangenti, la sensazione di poter ripetere il miracolo estivo. Come lui stesso ha indirettamente ammesso a fine match, dicendo che in una terza sfida si presenterebbe “nella migliore forma possibile”, questa sera non è giunto al grande appuntamento al 100% delle sue possibilità psicofisiche. Con ogni probabilità questo Joshua sarebbe stato troppo anche per la versione precedente del messicano, ma il suo dovere sarebbe stato quello di sputare sangue in palestra e offrire il meglio di sé. C’è da sperare che la dura sconfitta gli serva di lezione e che il simpatico ragazzone dal sorriso sempre pronto sappia regalarci in futuro altre sorprese.

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