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GGG: una fase cruciale della sua straordinaria carriera

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C’è una sequenza che più di ogni altra descrive al meglio Gennadij Gennadijevic Golovkin, ed è questa. Gennady è impegnato nella difesa dei titolo contro Daniel Geale. Ad un certo punto Geale schiva il jab di Golovkin, che viene così colpito da un destro in pieno volto. Il kazako è sbilanciato all’indietro ma rimane in piedi e con un colpo di reni si raddrizza mentre investe Geale a sua volta col destro. Geale è ko.

Golovkin nasce nel 1982 a Karaganda, in Kazakistan. La sua storia pugilistica comincia per strada: i fratelli più grandi si “divertono” a mettergli contro ragazzini più grandi e ogni volta finisce allo stesso modo, con i malcapitati che vanno giù sotto i suoi colpi. A Gennadij piace combattere, non ha paura di quei colpi. Sarà così per tutta la sua carriera.

A otto anni decide di salire sul ring, spinto dai fratelli che ne avevano intuito le doti. Quegli stessi fratelli, Sergey e Vadim, che Gennady perderà in breve tempo, uccisi in azione con l’esercito russo. I corpi mai restituiti e la decisione di dedicarsi anima e corpo alla boxe, come i due avrebbero voluto.

Il resto è storia recente: il sodalizio con Abel Sanchez e la lunga scalata fino a divenire lo spauracchio della boxe recente, il pugile più evitato degli ultimi anni.

Nessuno è mai riuscito a metterlo al tappeto. Ci hanno provato Alvarez, due volte, Brook, Lemieux, Jacobs e altri 400 pugili tra pro e dilettanti: nessuno si è mai nemmeno avvicinato al risultato. Probabilmente non è mai stato neanche sconfitto nella sua carriera da pro: stando ai giudizi della maggior parte degli addetti ai lavori nella prima sfida contro Alvarez aveva vinto, nella seconda per lo meno pareggiato.

Modi gentili, un carattere mite, mai una parola fuori posto. Poi c’è il ring, e Gennady diviene letteralmente inarrestabile.

Una percentuale di ko clamorosa, colpi come sassate, GGG in carriera ha brutalizzato più e più pugili, alcuni salvati solo dal lancio dell’asciugamano, come Kell Brook e Gabriel Rosado.

Dotato di un bagaglio tecnico solido, Golovkin possiede nel jab forse la sua migliore arma, con cui è in grado di colpire in modo durissimo la vittima di turno, decidere la distanza in suo favore e dettare i ritmi del combattimento. Una vera e propria mazzata generata da una mano pesante come poche: il kazako è noto per la durezza dei suoi fendenti.

Abilissimo a colpire in combinazione, al corpo come al volto, Golovkin non è dotato di un gran velocità di braccia, cosa che riesce comunque a compensare grazie ad una grande scelta di tempo e ad una fisicità dirompente, frutto tanto di doti naturali quanto di una dedizione assoluta al lavoro. Agisce con intensità sulle dodici riprese, crescendo alla distanza. Taglia il ring come pochi, braccando l’avversario e riuscendo sempre a spingerlo alle corde, da dove parte con serie di più colpi che finiscono immancabilmente con spettacolari ko. Tendenzialmente porta i colpi con precisione e una certa pulizia esecutiva, anche se non disdegna colpire in modo poco ortodosso, anche col fianco interno della mano: l’efficacia è comunque garantita.

Si fa valere anche difensivamente, con una guardia attenta, utilizzando ampiamente spalle e braccia per coprirsi. Non è rapido di tronco, ma la scelta di tempo gli consente di schivare efficacemente. Laddove non arriva la tecnica, ci pensa madre natura. Il pugile kazako è dotato di una mascella inverosimile, più unica che rara, che con molta probabilità passerà alla storia come una delle più assurde mai viste: investito da colpi durissimi, non ha mai nemmeno piegato le ginocchia.

Il footwork è minimale ma molto accurato. Oltre alla rinomata abilità nel tagliare il ring, Golovkin è  abilissimo nell’uso dello shifting, una tecnica poco utilizzata oggigiorno e che consiste in un avanzamento con cambio di guardia accompagnato da diretto o gancio posteriore, che in questo modo risulta estremamente impattante dato il corpo proteso in avanti. Oltre a ciò, l’avanzamento in shifting risulta funzionale per GGG quando vuole bloccare le “uscite” laterali all’avversario, per accorciare rapidamente la distanza, o per cambiare angolo di tiro.

Per anni evitato come la peste, oggi Golovkin, a trentasette anni compiuti, è in una fase cruciale della sua carriera: numerosi sono i pugili che, complice l’avanzare degli anni e il logorio fisico di una carriera lunghissima, si mostrano pronti a sfidarlo. Purtroppo il pugile raccoglie tardi i risultati di una carriera straordinaria. Ancor oggi possiamo considerarlo al top, visto il recente incontro con Canelo, in cui il kazako ha finito in un crescendo incredibile, recuperando l’iniziale svantaggio e andando vicino a mettere knock down il messicano, salvatosi solo grazie ai suoi riflessi prodigiosi e a una altrettanto prodigiosa lucidità. Ciò nonostante, non è difficile immaginare come la fase di declino incomba sulle spalle del pugile. C’è solo da sperare che il tempo sia clemente e consenta al fenomeno kazako di regalarci ancora qualche grande match: sarà l’ennesima occasione per gustare uno dei suoi assalti frontali, in puro “Big Drama Show”.

“But, I still don’t love boxing. It’s my job, it’s my life. I am a fan of boxing. But I don’t love this. You’ve seen fights. Who could love a thing so brutal? But I am good at boxing. It is my job and I work hard. Easy money. I love my team. I love my life”.

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