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Tyson Fury torna sul trono: Wilder demolito in sette round!

Clamoroso a Las Vegas: Tyson “The Gipsy King” Fury (30-0-1, 21 KO) ha lasciato ancora una volta il mondo sotto shock mettendo KO in trasferta il terribile picchiatore americano Deontay “The Bronze Bomber” Wilder (42-1-1, 41 KO) in 7 round e strappandogli così la cintura WBC dei pesi massimi. Grazie a questa vittoria Fury ha ottenuto anche il prestigioso titolo di The Ring Champion conferito dalla celebre rivista statunitense che ora lo considera il legittimo numero uno della divisione.

La stragrande maggioranza degli esperti riteneva una vittoria per KO di Wilder o un trionfo ai punti di Fury le due ipotesi più probabili alla luce delle caratteristiche dei pugili e dell’andamento del primo match. Un anno fa infatti, con una tattica “mordi e fuggi”, Fury aveva mandato a farfalle il rivale per buona parte del match ma aveva anche subito due pesanti atterramenti su due dei pochi fendenti puliti incassati. Il pugilato è tuttavia uno sport meraviglioso in cui capita che la presunta gazzella possa sbranare il presunto leone: ancora una volta il ring ha parlato, sovvertendo quelle che sembravano logiche inoppugnabili.

Tyson Fury lo aveva detto, benché soltanto in pochi avessero creduto alle sue parole: nessuno svolazzo, nessun balletto, nessuna condotta elusiva questa volta. Sarebbe salito sul ring per dare battaglia e così è stato. Entrato nell’arena su un gigantesco trono sfarzoso e con una corona sul capo, simbolo profetico della sua imminente incoronazione, il Gipsy King ha atteso l’arrivo dell’uomo più temuto al mondo e dopo averlo visto togliersi la pittoresca imbracatura da guerriero mascherato lo ha immediatamente incenerito con lo sguardo.

Pronti, via: nemmeno il tempo di accorgersi che il match fosse iniziato e Fury era lì dove aveva promesso di essere, saldamente a centro ring e intento a mettere pressione sul campione, a sua volta fedele ai propositi preannunciati in conferenza stampa col suo movimento circolare, il suo jab al corpo e l’attesa del varco giusto. I primi colpi pesanti sono stati quelli dell’inglese: il suo uno-due dalla media ha dato immediatamente la sensazione di essere mal digerito da Wilder, verosimilmente sorpreso dalla determinazione del rivale e dall’impatto dei suoi colpi che prima del match aveva paragonato a quelli del suo figlioletto. Ed invece la potenza del gitano, troppo spesso sminuita, si è rivelata sufficiente a spaccargli il labbro in avvio e a metterlo immediatamente sulla difensiva.

Wilder ha cercato di reagire con la sua arma migliore: quel destro letale che tante volte abbiamo celebrato e che tante volte lo ha aiutato a togliere le castagne dal fuoco oscurandone gli evidenti limiti tecnici. Anche questa volta qualche destro, soprattutto nel secondo round, ha fatto breccia, ma Fury è stato abile nell’attutirne gli effetti con immediati spostamenti all’indietro: brevi interruzioni di una pressione per il resto continua e psicologicamente pesante da sopportare. Se i due contendenti si sono divisi equamente le prime due riprese, dal terzo round è iniziato il capolavoro targato Gipsy King.

A sancire l’inizio di quello che è poi diventato un match a senso unico, un atterramento messo a segno con un gancio sinistro seguito da un diretto destro. Sbilanciato dal primo colpo, Wilder si è girato su sé stesso e in questo modo il secondo fendente lo ha colpito poco dietro l’orecchio, un punto particolarmente delicato, mandando “in pappa” i suoi centri nervosi. Da quel momento in poi Deontay Wilder non è più esistito: costantemente instabile sulle gambe, l’americano ha iniziato a farsi sballottare dai colpi dello sfidante limitandosi a legare disperatamente e a puntare alla mera sopravvivenza.

Un pugile più avvezzo alla boxe d’attacco rispetto a Fury a quel punto avrebbe probabilmente chiuso la contesa in poco tempo, dato lo stato confusionale in cui il campione era ormai precipitato. L’inglese ci ha messo un po’ di più poiché i suoi colpi partivano da troppo lontano e Wilder, benché spento e stordito, riusciva in qualche modo a non farsi travolgere. Le sue energie tuttavia continuavano a calare anche in virtù dei clinch estenuanti a cui lo sfidante, schiacciandolo alle corde, lo sottoponeva. Tale pratica è costata a Fury un punto di penalità inflittogli nel quinto round dal severo Kenny Bayless, punto comunque “recuperato” nella stessa ripresa con un atterramento messo a segno grazie a un secco montante al corpo. Più che la violenza del colpo comunque, a far cadere Wilder ha contribuito il pessimo posizionamento delle gambe.

Col passare dei minuti l’incontro del Bronze Bomber è divenuto un vero e proprio calvario al punto che l’arbitro, all’inizio del settimo round, gli ha esplicitamente intimato di fargli “vedere qualcosa” per convincerlo a non interrompere una contesa sempre più impari. Quel “qualcosa” non si è visto: raggiunto da ulteriori colpi pesanti, Wilder, col suo sguardo spento e la sua assenza di reazioni, ha spinto indirettamente il suo angolo ad anticipare l’eventuale decisione del direttore di gara e a lanciare l’asciugamano sul ring in segno di resa. Il pugile ha reagito con rabbia e sgomento allo stop, sostenendo a gran voce di poter continuare, ma a parere di chi vi scrive quella dell’angolo è stata una decisione sacrosanta poiché lo stato psicofisico del guerriero dell’Alabama era ormai talmente compromesso che persino la sua celebre esplosività era sparita e le sue chance di imbroccare il cosiddetto colpo della domenica apparivano ormai nulle.

Tifosi inglesi in delirio dunque nel celebrare il loro idolo, protagonista dopo il match anche di una simpatica esibizione canora. Se dopo aver battuto Wladimir Klitschko nel 2015 Fury si era esibito in “I Don’t Want to Miss a Thing” degli Aerosmith, questa volta ha offerto al pubblico la sua versione di “American Pie” di Don McLean. Prima di lasciar spazio alla musica ha comunque reso onore al rivale lodandone il cuore e il coraggio. Molta amarezza invece nel tono di voce dello sconfitto, che dopo aver lasciato intendere che le sue gambe siano state poco stabili a causa di imprecisati problemi pregressi, ha detto di voler tornare più forte di prima come altri grandi campioni hanno fatto dopo una sconfitta.

Onore dunque al vincitore, capace ancora una volta di far seguire alle parole i fatti realizzando esattamente ciò che aveva dichiarato alla vigilia. La duttilità è una dote che soltanto i grandi campioni possiedono: Fury fino ad oggi aveva dimostrato di saper boxare da lontano, di saper ostruire, di saper assumere il controllo psicologico dei match, ma mai aveva dominato una sfida di questo livello con la pressione offensiva e con l’uso chirurgico dei diretti: un’ulteriore freccia al suo arco dunque che potrebbe condurlo a scrivere altre incredibili pagine della storia di questo sport.

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