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Cinque mesi di stop per Dubois: un infortunio che avrebbe potuto metter fine alla carriera

Daniel “Dynamite” Dubois (15-1, 14KO) dovrà stare fermo per cinque mesi a causa della frattura all’osso orbitale sinistro, unita ad alcuni danni al nervo del’occhio rimediata sabato 28 novembre in occasione dell’incontro, perso per ko al decimo round, contro Joe “Juggernaut” Joyce (12-0, 11KO). L’occhio sinistro del 23enne britannico ha iniziato a gonfiarsi presto a causa dei colpi andati a segno da parte del connazionale Joyce, fino a chiudersi quasi completamente nel corso della decima ed ultima ripresa.

Secondo un rapporto riportato dal quotidiano britannico The Sun, Dubois ha subito anche un’emorragia alla retina. Nello stesso documento sono indicati anche i tempi di recupero previsti per il rientro sul ring di Dynamite, nella misura di cinque mesi. Una volta che il gonfiore sarà ridotto, un medico sottoporrà l’ex contendente europeo al titolo dei massimi ad esami più approfonditi per stabilire se sarà necessario o meno ricorrere a un intervento chirurgico.

A riguardo sono da registrare le parole pronunciate dal medico chirurgo Ricardo Mohammed-Ali, specializzato in interventi riguardanti le fratture alle ossa orbitali e famoso per aver operato per due volte Kell Brook, il quale ha dichiarato che Dubois avrebbe potuto subire un danno maggiore se avesse continuato l’incontro, tale da mettere a rischio la sua fin qui giovane carriera.

“Avendo operato diverse orbite, direi che sarebbe opportuno interrompere se c’è il sospetto che ci sia una frattura o il rischio di perdere la vista. Sicuramente è un infortunio che avrebbe potuto metter fine alla carriera. – ha raccontato il medico Ricardo Mohammed-Ali al Daily Mail – se l’orbita è fratturata e l’occhio si sposta più indietro subendo ulteriori colpi, può effettivamente cadere nel seno (cavernoso, ndr).

Quindi, ulteriori danni all’orbita avrebbero reso il difetto ancora più grave e sarebbe stato più difficile ricostruire e ripristinare una sorta di funzione ottimale di cui un atleta professionista ha bisogno”.

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